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“La Pattona”

Spesso in autunno, come ogni anno, i bimbi portano a scuola nelle tasche dei grembiulini, il profumo e il sapore delle caldarroste, che ci annunciano che si sta avvicinando l’inverno. Castagne e marroni hanno percorso molta strada.

Durante la prima guerra mondiale, uomini e donne battevano le campagne specialmente quelle toscane, sperando di trovare ancora qualche riccio legato ai rami dell’albero di castagno, era pane per i vecchi e i bambini, le castagne riuscivano a nutrire molte persone, sbollentate, oppure arrostite, davano energie anche ai malati.

Avere un castagneto era un bel patrimonio, i pregiati frutti costituivano il pane dei poveri, poi sono stati trascurati un po’ da tutti, rischiando di sparire completamente dalle nostre tavole.

Alla fine della seconda guerra mondiale, le nostre montagne non avevano braccia per le castagne, quasi tutti gli uomini erano emigrati come rondini verso altri lidi, Argentina, America, Brasile Belgio, nelle miniere, negli altiforni, nelle gallerie di carbone, gli uomini saltavano per il grisù o per gas naturale accumulato nelle angustie gallerie, dove il giorno, era notte e la notte, era giorno.

Tutto questo, offriva molto più guadagno e minor fatica, delle colline pianure e montagne dove la produzione delle castagne, che non sempre assicuravano la sopravvivenza durante il bianco inverno.

Causa la grande emigrazione per altri lidi, incolte e abbandonate le terre, le montagne, i castagneti divelti, piante tagliate, per ricavarne tannino per conciare le pelli, le piante con i rami declinati sino a terra, si perdevano così tutte le produzioni di castagne.

Da sempre i castagni non si potano, ma si lasciano crescere i rami, per la coltivazione e le regole sono state indicate dalla Gran dama Matilde di Canossa, più di 1100 anni fa,indicando la giusta distanza da albero ad albero, si chiama“sesto matildico”, quindi, circa dieci metri.

Il castagno è un albero delicato, verso la fine di settembre iniziano a cadere i marroni, che si raccolgono subito altrimenti, deperiscono e opacizzandosi la scorza da lucida diventa opaca e nera.

Dopo la raccolta, i frutti vengono posti nelle macchine dotate di rulli  chiamate tramoggia con fori di differenti misure per la selezione del frutto.

Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) naturalista dell’antica Roma, narra che questa pianta è protagonista di miti e leggende. Si dice che questa pianta maestosa è protagonista di miti e leggende, fino a pochi anni fa sulle pendici dell’Etna c’era un castagno chiamato “dei cento cavalli”, poiché sotto le sue fronde potevano rifugiarsi sino a cento persone a cavallo o un intero gregge di pecore.

Si diceva che il maestoso castagno avesse 4000 anni o, più modestamente un migliaio. E’ la stessa età aveva un albero citato dal naturalista inglese Louis Bosc, al principio dell’Ottocento, chiamato il “castagno di Sancerre” I prelibati frutti del castagno, un tempo erano alimento base per la popolazioni povere, tanto che le castagne sostituivano infatti la farina di cereali in tempi di  magra.

Il valore nutrizionale di questo frutto è molto vicino a quello del frumento per l’elevata presenza di amidi e di zuccheri. Per queste sue caratteristiche la castagna è considerata, da un punto di vista alimentare un amidaceo e non come frutta. In Sicilia, Sardegna e Val d’Aosta, si preparano zuppe invernali. In Lombardia invece, quelle secche sono ammollate e cotte nel latte con vaniglia, è la famosa “busecchina”, delizia di Tutti i bambini. In Toscana ottima è “la pattona” una polenta fatta con la farina di castagne.

Anna Sciacovelli

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