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Restauro conservativo: come gestirlo

Redazione You Donna Da Redazione You Donna
11 Marzo 2019
In Curiosità, Primo Piano, Primo Piano You Donna, You Donna
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Un edificio abbandonato e trascurato ha bisogno di interventi di manutenzione che, a seconda dei casi, possono essere più o meno consistenti. Si parla, in particolare, di manutenzione ordinaria per indicare lo svolgimento di riparazioni correnti e ordinarie: per esempio, la sostituzione delle tegole ammalorate o rotte, la verniciatura delle pareti o la realizzazione di nuove pavimentazioni interne. Diverso è, invece, il caso della manutenzione straordinaria, che include un assortimento di lavorazioni molto più ampio: tra queste si ricordano l’accorpamento di due o più appartamenti, l’installazione di un pergolato o di un’altra struttura esterna, la distribuzione interna di un edificio o l’apertura di una finestra.

Il riuso e il consolidamento

Quando si mette in pratica un intervento che consente di attribuire a un edificio in stato di rudere o abbandonato una nuova destinazione d’uso, facendo sì che esso torni in vita, si ha a che fare con il riuso. Può accadere che la destinazione d’uso sia del tutto differente da quella di partenza, ma solo a condizione che essa sia compatibile con le peculiarità architettoniche dell’immobile. Si pensi, per esempio, a un fienile che diventa un bed and breakfast, a una scuola che si trasforma in una caserma o a un convento che viene convertito in ospedale. Il riuso si differenzia rispetto al consolidamento, il cui obiettivo è quello di ripristinare l’efficienza statica delle strutture portanti, e cioè dei solai, dei tetti, delle volte, delle murature, delle fondamenta, dei pilastri. Non solo: con il consolidamento è possibile migliorare anche la sicurezza di un edificio in caso di terremoto, tramite i cosiddetti interventi di miglioramento sismico. Ovviamente il tutto deve essere fatto nel rispetto dello stile dell’immobile, magari con colonne e capitelli in legno, piuttosto che pietra.

Che cos’è il risanamento conservativo

Di solito il risanamento conservativo si pone lo scopo di ripristinare la funzionalità di un edificio fatiscente o di garantirgli gli standard imposti dalle normative in vigore dal punto di vista sanitario e igienico. Esso può comprendere, per esempio, la realizzazione di un ascensore per i disabili, il restauro dei servizi igienici o la costruzione di finestre che garantiscano la ventilazione naturale e l’illuminazione necessarie. Si tratta di una tipologia di intervento che di norma è prevista per gli edifici storici che non sono vincolati al Codice dei beni culturali e del paesaggio, vale a dire il d. lgs. n. 42 del 2004. Questo differenzia il risanamento conservativo dal restauro, che, invece, nella maggior parte dei casi trova applicazione per gli edifici vincolati.

La riconoscibilità negli interventi di restauro

Uno dei parametri di fondamentale importanza negli interventi di restauro è la riconoscibilità, che permette di distinguere senza difficoltà le nuove integrazioni dalle parti originali. Essa può avvenire con l’impiego di colori in sottotono nei dipinti murali o con lavorazioni e materiali lievemente diversi. Nel caso di capitelli o altri elementi architettonici decorati, tra cui gli archi, la decorazione può essere semplificata. La riconoscibilità viene garantita anche quando nelle murature le integrazioni vengono lasciate parzialmente in sottosquadro, o più semplicemente attraverso l’adozione di mattoni di fattura industriale.

La reversibilità

Oltre alla riconoscibilità, è richiesta anche la reversibilità: in altri termini, un intervento di restauro deve poter essere smontato e rimosso senza che tali operazioni determinino una irrimediabile alterazione degli elementi originali. Dal punto di vista tecnico, ciò non è così semplice, ma un buon compromesso è quello che prevede una lavorazione poco invasiva: ecco perché è sconsigliato l’impiego del cemento armato, che è eccessivamente pesante. In linea di massima, a un restauro radicale deve essere sempre preferita una manutenzione costante e regolare, nel rispetto del concetto di minimo intervento. Ecco perché quando ci si trova di fronte all’alternativa tra lavorazioni differenti che conducono al medesimo risultato è necessario propendere per quella che risulta meno invasiva.

La compatibilità

Infine, c’è da tener presente il principio della compatibilità, che coinvolge la scelta delle tecniche di intervento, la selezione dei materiali e la destinazione d’uso. La malta cementizia, per esempio, può essere utilizzata in poche circostanze, dato che può provocare danni ai dipinti murali e agli stucchi a causa del suo contenuto di sali solubili; al suo posto devono essere preferiti i prodotti a base di calce idraulica.

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