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MENTRE A MILANO SI TENTA DI SALVARE I GRATTACIELI DELLA SPECULAZIONE, A NAPOLI SI FIRMANO PROTOCOLLI PER ABBATTERE LE CASE DELLA POVERA GENTE

Redazione Tgyou24.it Da Redazione Tgyou24.it
10 Luglio 2026
In Napoli
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MENTRE A MILANO SI TENTA DI SALVARE I GRATTACIELI DELLA SPECULAZIONE, A NAPOLI SI FIRMANO PROTOCOLLI PER ABBATTERE LE CASE DELLA POVERA GENTE
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C’è qualcosa che, politicamente parlando, non torna. E non torna affatto.
Da una parte c’è Milano, dove da mesi politica, poteri economici e grandi interessi immobiliari si agitano per scongiurare le conseguenze delle vicende urbanistiche che hanno investito alcuni dei più imponenti interventi edilizi della città. Grattacieli, torri, operazioni milionarie e colossali trasformazioni urbane finite sotto la lente di ingrandimento della magistratura. In quel contesto si invocano soluzioni legislative, interpretazioni innovative, interventi normativi e persino sanatorie di sistema. Si mobilitano ministri, parlamentari, amministratori e opinionisti. Si parla di sviluppo, investimenti, crescita economica e tutela del mercato. Con in testa il sindaco del cosiddetto campo largo, Giuseppe Sala, che nel marzo 2021 ha aderito al Partito Verde Europeo.
Dall’altra parte, invece, c’è la Campania. E c’è Napoli col sindaco, sempre del campo largo, Gaetano Manfredi.
Qui, al contrario, si continua a firmare protocolli per accelerare le demolizioni delle abitazioni prive di licenza edilizia. Infatti, proprio ieri, il sindaco Manfredi ha sottoscritto un nuovo accordo con la Procura della Repubblica per imprimere ulteriore impulso agli abbattimenti.
Sindaco Manfredi che, vista la paurosa crisi abitativa ed economica in atto e considerate le ragioni storiche che hanno generato in tutto il Centro-Sud il fenomeno dell’abusivismo, anziché firmare protocolli repressivi del diritto alla casa della povera gente, da uomo politico e primo cittadino napoletano quale è, dovrebbe proporre una soluzione politica a questa autentica tragedia sociale che sta ammazzando nell’animo e nella psiche migliaia di nuclei familiari della regione Campania.
Una tragedia di cui i cittadini sono vittime e non carnefici, in quanto l’abusivismo edilizio è il frutto di quarant’anni di malapolitica che, a tutti i livelli istituzionali, lo ha fomentato negando a tutti, per decenni, la possibilità di edificare o di ampliare la propria casa attraverso il rilascio della licenza edilizia. Un potere politico che per questo andrebbe individuato, processato, condannato e arrestato e invece si fanno pagare le pene dell’inferno ai poveri cristi, all’ultima ruota del carro, a chi già vive di stenti e di difficoltà, mentre dormono sonni tranquilli i veri speculatori edilizi, e cioè quei pasticcieri del cemento selvaggio che nei decenni hanno distrutto coste e colline della regione Campania e delle isole del Golfo di Napoli e i cui immobili continuano a non essere demoliti: assurdo!!!
Ritornando alle differenze politiche e di azione tra Napoli e Milano, la domanda che ci poniamo è semplice: perché per i grattacieli della grande finanza immobiliare si cercano soluzioni, mentre per le case della povera gente si cercano le ruspe?
La contraddizione è tanto evidente quanto imbarazzante, anche se a noi coerenti comunisti eredi politici di Domenico Savio, fondatore e Segretario generale del PCIM-L,  non meraviglia affatto, poiché, per sua natura economica, lo Stato capitalistico dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, delle disuguaglianze economiche e sociali, della povertà dilagante, dei diritti negati e/o non pienamente riconosciuti alle masse popolari e della corruzione diffusa a tutti i livelli istituzionali, come dimostrano le quotidiane e puntuali inchieste della magistratura, è uno Stato aduso a fare il forte con i deboli e il debole con i forti per precisa volontà dei partiti di tutti gli schieramenti politici di centrodestra e di centrosinistra che in alternanza lo governano.
Una contraddizione, su quanto avviene a Napoli e Milano, che però in questo caso è ancora più marcata se si considera che Giuseppe Sala e Gaetano Manfredi appartengono allo stesso schieramento politico di centrosinistra che continua a definirsi progressista e vicino ai più deboli, ma che, anche su questo tema, sembra adottare criteri diametralmente opposti a seconda della consistenza economica degli interessi coinvolti.
Perché quando a rischio sono miliardi di euro investiti nel cemento delle grandi città, improvvisamente tutto diventa discutibile, interpretabile, sanabile. Quando invece a rischio è la casa costruita da una famiglia per garantire un tetto ai propri figli, allora la legalità diventa improvvisamente inflessibile, assoluta e inderogabile.

È UNA DISPARITÀ CHE GRIDA VENDETTA.
Nessuno mette in discussione il principio di legalità. Nessuno pretende che l’abusivismo edilizio diventi la regola, e ci mancherebbe. Ma è intellettualmente disonesto fingere di ignorare che il fenomeno dell’abusivismo nel Mezzogiorno ha radici storiche, sociali e politiche che nulla hanno a che vedere con la speculazione edilizia organizzata.
Per oltre quarant’anni intere comunità sono state soffocate da strumenti urbanistici inadeguati, da vincoli spesso sproporzionati, da procedure interminabili e dall’incapacità cosciente dello Stato di garantire una seria politica della casa.
La verità è che l’abusivismo edilizio diffuso nel Centro-Sud è stato per decenni tollerato, utilizzato e persino alimentato dalla politica. Una politica che sul proliferare dell’abusivismo ha chiesto voti, promesso condoni, rinviato soluzioni e volutamente chiuso gli occhi davanti ad un fenomeno che essa stessa ha generato e che dunque conosceva perfettamente, ma che fingeva di non vedere. Oggi, però, gli stessi responsabili di quel fallimento non pagano alcun prezzo e non vengono processati. A pagare un altissimo prezzo, il più alto, sono sempre gli ultimi.
Lo pagano pensionati, lavoratori, disoccupati, famiglie monoreddito e cittadini che hanno investito i sacrifici di una vita nella costruzione della propria abitazione. Lo pagano persone che spesso non possiedono altri immobili e che vengono private dell’unico bene realmente disponibile, proprio come avvenuto negli ultimi giorni sull’isola d’Ischia, dove sono state demolite le uniche case della prof.ssa Carmen De Simone e della signora Mariagrazia.
Nel protocollo sottoscritto ieri si annuncia che sarà data priorità all’abbattimento degli immobili riconducibili alla criminalità organizzata. Bene. È un principio più che condivisibile. Ma allora bisogna avere il coraggio di dire le cose come stanno. Sull’isola d’Ischia, come in molte altre realtà della Campania, da oltre quindici anni non si assiste certo all’abbattimento sistematico delle grandi operazioni speculative che hanno devastato territori, coste e paesaggi. Non si vedono cadere i simboli della ricchezza costruita nel disprezzo delle regole. Non si vedono ruspe davanti ai grandi interessi economici. Si vedono, invece, demolizioni che colpiscono prevalentemente persone comuni, le cui case, e anche questo va sottolineato, erano state riconosciute di fatto dallo Stato che per decenni ha preteso ed ottenuto dalle famiglie il pagamento dell’IMU, della TARI e delle utenze, oltre che degli oneri del condono che mai sono stati restituiti.
È questo il punto politico che nessuno vuole affrontare. Se davvero si vuole affermare il principio di legalità, allora si abbia il coraggio di partire dai grandi abusi, dagli interessi criminali, dalle operazioni speculative che hanno prodotto enormi profitti. Se invece si continua a colpire prevalentemente l’ultima ruota del carro, allora non si sta combattendo l’abusivismo. Si sta semplicemente scaricando sui più deboli il peso di quarant’anni di fallimenti politici e istituzionali.
La Campania non ha bisogno di nuove fotografie accanto alle ruspe. Ha bisogno di una soluzione politica. Ha bisogno di distinguere tra la speculazione edilizia affaristica e criminale, che deve essere perseguita senza alcuna esitazione, e l’abusivismo di necessità, che richiede risposte legislative, sociali e umane. Perché uno Stato giusto non si misura soltanto dalla capacità di demolire. Si misura soprattutto dalla capacità di comprendere, governare e risolvere i problemi che esso stesso ha contribuito a creare.
Un’ultima riflessione. Nella città di Napoli si prospetta in pochissimo tempo la demolizione di 800 case. Ma Manfredi si è posto il problema politico e sociale di che fine faranno 800 nuclei familiari? Non ci sembra proprio che si sia posto questa domanda rispetto ad una tragedia che travolge migliaia di suoi concittadini che lui rappresenta da sindaco.
Vista la crisi abitativa ed economica che attanaglia le famiglie lavoratrici, sbattiamo queste famiglie sotto i ponti? Che ne dite? È ora di trovare finalmente una soluzione politica a questa mattanza. Basta far piangere e disperare migliaia di campani, figli e nipoti di cittadini, molti dei quali ormai defunti, che trenta o quarant’anni fa sono stati volutamente costretti dallo Stato inadempiente a costruire senza licenza edilizia.

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