Due pazienti ricoverati per condizioni cliniche simili possono richiedere carichi assistenziali profondamente differenti. È quanto emerge da uno studio italiano pubblicato sulla rivista scientifica BMC Nursing, condotto su 14.169 ricoveri in un grande ospedale per acuti di Roma.
I ricercatori hanno analizzato i 20 DRG (Diagnosis Related Groups) più frequenti, gruppi che classificano ricoveri con caratteristiche cliniche simili, scoprendo che le diagnosi infermieristiche registrate variano da 1 a 17, mentre le azioni assistenziali documentate durante la degenza vanno da 1 fino a 770.
«Questi numeri – afferma Antonio De Palma, Presidente Nazionale del Nursing Up – raccontano l’enorme peso quotidiano dell’assistenza infermieristica. Un infermiere non ha davanti semplicemente letti occupati, ma persone con differenti livelli di autonomia, fragilità e rischio, che richiedono sorveglianza, valutazioni e interventi continui.
Parliamo di tempo, competenze e responsabilità enormi. Ma chi sostiene gli infermieri che devono sostenere tutto questo?»
Lo studio evidenzia che, nei ricoveri che superano la durata prevista, le diagnosi infermieristiche passano mediamente da 4 a 7,5, mentre la mediana delle azioni assistenziali sale da 17 a 50, quasi il triplo.
Nei modelli statistici utilizzati, il gruppo di ricovero spiega appena il 2% delle differenze nelle diagnosi infermieristiche e circa l’1% di quelle nelle azioni assistenziali. Conoscere numero dei pazienti e patologie non basta, dunque, per misurare il reale carico di lavoro.
CARENZA DI ORGANICI E FUGA DAL PUBBLICO
In Italia mancano circa 175mila infermieri rispetto agli standard europei. Alla carenza si aggiunge la crescita delle dimissioni volontarie, documentata dalle elaborazioni sulle rilevazioni del Ministero della Salute e della Ragioneria Generale dello Stato, integrate con i dati di Regioni e Ordini professionali.
Nei primi nove mesi del 2024 oltre 20mila professionisti dell’assistenza hanno lasciato volontariamente il servizio sanitario pubblico, quasi il 170% in più rispetto agli 8.500 del 2023. Nel periodo 2021-2024 gli abbandoni superano complessivamente quota 43mila, un quadro richiamato anche nel rapporto di ricerca della Fondazione ISMU sulla professione infermieristica.
«Non possiamo continuare a misurare soltanto quanti infermieri mancano – incalza De Palma –. Dobbiamo misurare anche quanto pesa il lavoro scaricato su quelli che restano.
Il bisogno assistenziale non scompare quando manca un professionista: viene redistribuito. Meno infermieri significa maggiori carichi, maggiore pressione e il rischio di nuovi abbandoni. È un circolo vizioso che dobbiamo interrompere con assunzioni e condizioni professionali adeguate».
RETRIBUZIONI E DIVARIO EUROPEO
Gli infermieri italiani continuano a confrontarsi con retribuzioni non competitive rispetto a numerosi Paesi europei, mentre aumentano complessità assistenziale e responsabilità.
Secondo il rapporto OCSE Health at a Glance 2025, gli infermieri ospedalieri italiani percepiscono una retribuzione mediamente inferiore del 10% rispetto al salario medio nazionale, mentre nell’insieme dei Paesi OCSE gli infermieri guadagnano mediamente il 20% in più rispetto agli altri lavoratori. Il confronto è significativo: in Germania il vantaggio retributivo degli infermieri raggiunge il 20%, in Spagna il 30% e in Polonia il 70%. L’Italia registra dunque uno svantaggio di 30 punti percentuali rispetto alla media OCSE nel riconoscimento economico della professione in rapporto alle retribuzioni nazionali. Il divario emerge anche dal confronto internazionale degli stipendi lordi annui, corretti per il potere d’acquisto: 48mila dollari equivalenti in Italia contro 61mila della media OCSE, 73mila in Germania e Spagna e 82mila nei Paesi Bassi.
«Quanto può reggere un professionista al quale chiediamo sempre di più, con organici insufficienti e stipendi distanti da quelli di numerosi colleghi europei e dal crescente costo della vita? – domanda De Palma –.
Assumere e valorizzare non sono rivendicazioni separate. Sono condizioni indispensabili per organizzare davvero l’assistenza».
SENZA INFERMIERI L’ORGANIZZAZIONE RESTA SULLA CARTA
Misurare la complessità assistenziale è fondamentale, ma nessun modello organizzativo può sostituire i professionisti che mancano.
«Possiamo avere il sistema più sofisticato per misurare i bisogni dei pazienti – sottolinea De Palma – ma qualcuno deve rispondere concretamente a quei bisogni.
Non esiste organizzazione degna di tal nome senza infermieri. Servono assunzioni capillari, organici completi e condizioni economiche e professionali capaci di trattenere chi entra nel SSN».
Per Nursing Up la risposta deve poggiare su tre pilastri inseparabili: misurazione reale dei carichi assistenziali, piano strutturale di assunzioni capillari e valorizzazione economica per ridurre il divario europeo.
«Possiamo costruire nuovi ospedali, acquistare tecnologie e immaginare qualsiasi riforma – conclude De Palma – ma quando un paziente ha bisogno di assistenza, accanto a quel letto deve esserci un professionista.
Gli infermieri, così come le ostetriche e gli altri professionisti dell’assistenza, sostengono ogni giorno una parte enorme del peso delle cure. Adesso dobbiamo domandarci chi sostiene loro.
Senza assunzioni capillari da nord a sud non riempiamo gli organici. Senza organici adeguati non reggiamo i carichi. Senza valorizzazione non tratteniamo i professionisti. E senza infermieri, ostetriche e altri professionisti sanitari, non garantiamo l’assistenza.
La sanità senza infermieri è un fragile castello di sabbia: può apparire solido, ma rischia di crollare al primo soffio di vento.
È questo il limite che non possiamo permettere al Servizio sanitario nazionale di raggiungere».









