A quasi otto anni dalla tragedia che ha sconvolto l’Italia e dopo un lungo percorso giudiziario durato quattro anni, il Tribunale di Genova ha pronunciato la sentenza di primo grado sul crollo del Ponte Morandi, il viadotto dell’autostrada A10 collassato il 14 agosto 2018, causando la morte di 43 persone.
Nell’ambito del maxi-processo, che vedeva alla sbarra 57 imputati tra dirigenti, tecnici e funzionari pubblici, spicca la condanna di Mauro Coletta. L’ex direttore della Vigilanza del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (Mit) sulle concessioni autostradali è stato condannato a 5 anni di reclusione. Per Coletta, l’accusa aveva inizialmente richiesto una pena di 10 anni.
Il ruolo di Coletta e le accuse del Mit
La figura di Mauro Coletta era finita al centro delle indagini per il ruolo cruciale di controllo che l’ufficio da lui diretto avrebbe dovuto esercitare sulla corretta manutenzione e sulla sicurezza della rete autostradale data in concessione. Secondo l’impianto accusatorio, la catena dei mancati controlli e le omissioni da parte degli organi di vigilanza ministeriali hanno contribuito, insieme alle carenze dei vertici societari, a non prevenire il disastroso cedimento della struttura.
Il contesto delle altre condanne
La sentenza emessa a Genova ha ridefinito le responsabilità di una delle pagine più drammatiche della storia recente del Paese:
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Giovanni Castellucci, ex amministratore delegato di Autostrade per l’Italia (Aspi), ha ricevuto la condanna più pesante: 12 anni di carcere (a fronte di una richiesta della Procura di 18 anni e 6 mesi).
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Il verdetto giunge al termine di un dibattimento di primo grado iniziato il 7 luglio del 2022, caratterizzato da centinaia di udienze e da una complessa ricostruzione tecnica e documentale.
In aula, al momento della lettura del dispositivo, erano presenti i rappresentanti del Comitato dei parenti delle vittime, che da anni si battono per ottenere verità e giustizia per i propri cari.










