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Home You Donna Curiosità

Davide Uria. La fragilità come metodo, il varco come forma

Redazione Tgyou24.it Da Redazione Tgyou24.it
19 Novembre 2025
In Curiosità, You Donna
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Davide Uria. La fragilità come metodo, il varco come forma

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Non tutte le biografie avanzano in linea retta. Alcune — come quella di Davide Uria (Trani, 1987) — si sviluppano per fenditure. Non seguono il tempo, ma lo aprono. Uria è uno di quegli autori contemporanei in cui convivono scrittura, arti visive, curatela e didattica come se appartenessero a un solo gesto: il gesto del varco.

Dalla pittura all’Accademia di Bari alla collaborazione con il MART di Rovereto, dalle poesie pubblicate su Rai Poesia e la Repubblica ai progetti espositivi a Palazzo Palmieri, il suo lavoro ha sempre oscillato tra rigore e incertezza, come certi passaggi di Rilke o i silenzi narrativi di Marguerite Duras: linguaggi che non spiegano, ma mostrano.

Il suo percorso editoriale segue un itinerario di attraversamenti successivi. Trame d’assenza (2017) inaugura una ricerca sulla perdita come condizione generativa; nel 2020 arriva Panacea. Al di là dell’abisso, un libro nato durante la pandemia che intreccia le poesie di Uria alle illustrazioni di Mariateresa Quercia, creando un organismo a due voci in cui il testo non accompagna l’immagine e l’immagine non interpreta il testo: entrambi emergono come tracce di una stessa vulnerabilità collettiva. Il volume viene segnalato da Artribune nel 2020 per la capacità di tradurre in forma poetica e visiva il clima emotivo di quel periodo sospeso.

Nel 2023, con Non mi vedi, Uria riorganizza e rielabora l’intero corpus precedente, componendo una sorta di mappa emotiva della scomparsa e del ritorno. Il 2024 porta con sé Oltre Tempo e il saggio ironico Lucio Fontana spiegato a mia nonna, nato dall’esperienza di insegnamento all’Università della Terza Età di Trani e definito da Artribune un modello efficace di divulgazione contemporanea: chiara, acuta, disarmante. La “nonna” è una figura metodologica: l’essere umano che non teme il “perché?”, che disinnesca miti e gerghi e restituisce l’arte al suo nucleo originario.

Nel 2025 giungono Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea — dieci stanze per dieci artisti, una guida concettuale al museo come dispositivo di resistenza percettiva — e la raccolta Il mestiere di dimenticarti, frutto di un anno di scrittura quotidiana. Il libro, pubblicato il 17 ottobre 2025, viene presentato come un “atlante emotivo” che esplora con lucidità chirurgica i territori fragili della memoria, dell’assenza e del desiderio interrotto.  Qui la mancanza non è trattata come vuoto, ma come materia: ha densità, comportamento, peso specifico. Una visione che dialoga con la fenomenologia di Merleau-Ponty, con l’osservatore parziale di Donna Haraway, con le intuizioni di Barthes sulla traccia e con la musica essenziale di Max Richter.

Accanto ai libri, Uria sviluppa una costellazione di attività: insegna disegno e storia dell’arte all’Università della Terza Età, cura mostre come Minuscule (2012) e Collateral Identity (2019), porta avanti progetti curatorali e laboratoriali presso la Biblioteca “Giovanni Bovio”. Le sue poesie transitano su Rai Poesia, la Repubblica, Kametsa, Mecenate, Venti Blog e in traduzioni spagnole che amplificano ulteriormente la sua ricerca.

Nel 2025, in occasione della Ventunesima Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI, realizza l’installazione poetica Il mestiere di dimenticarti nel suo spazio privato di via San Martino a Trani, destinato a diventare il suo studio di lavoro.  Allestita il 4 ottobre 2025, l’opera trasforma la raccolta in un’esperienza immersiva: versi disseminati nello spazio, frammenti testuali come referti emotivi, una topografia della mancanza che il pubblico è chiamato ad attraversare. L’installazione funziona come anteprima dell’omonimo libro, di cui rende fisica la struttura: un laboratorio di memoria, in cui dimenticare appare come mestiere quotidiano più che come trauma improvviso.

Uno dei nodi centrali della poetica di Uria è la carta, intesa non come superficie ma come corpo. L’incontro con Paolo Gubinelli e la curatela della sua mostra nel 2025 rappresentano un elemento fondamentale. Le carte piegate, incise, attraversate dalla luce vengono esposte in teca: una scelta non estetica, ma ontologica. La teca non “protegge”: istituisce. Eleva la fragilità al rango di fenomeno, come nei taccuini di Bourgeois, nelle notazioni di Darboven, nei fogli feriti di Burri o nelle compressioni luminose di James Turrell. La carta diventa così una sorta di organismo respirante, un registro del tempo e del gesto.

Nel museo — soprattutto quello contemporaneo — Uria individua un altro varco. Sopravvivere a un museo d’arte contemporanea trasforma la visita in un’esperienza di sospensione, come accade nelle ambientazioni di Olafur Eliasson o nei lunghi piani sequenza del cinema di Weerasethakul. Non si tratta di “capire”, ma di sopravvivere all’urgenza di capire subito. Di restare. Di abitare il ritardo.

Il passaggio dall’esperienza istituzionale al lavoro autonomo rafforza un principio che attraversa tutta la sua produzione: niente, nello sguardo che rivolgiamo a un’opera, è neutro. Un carattere tipografico, un colore di parete, una didascalia, un angolo di luce: tutto costruisce significato. Per questo i libri, le mostre e le installazioni di Uria non separano mai contenuto e contesto: la cornice è parte dell’opera, come insegnano Calvino, Cage, Eno.

Il filo che unisce tutto — poesia, carte, teche, saggi, stanze, lezioni, collaborazioni, traduzioni, installazioni — non è un curriculum, ma un orientamento: aprire.

Aprire lo sguardo.
Aprire il linguaggio.
Aprire lo spazio.
Aprire la memoria.

Come scriveva Italo Calvino nelle Lezioni americane, “la leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, senza macigni sul cuore”.
Davide Uria sembra operare esattamente qui: rendere la fragilità un metodo di indagine, trasformando ogni opera — poesia, libro, installazione, carta — in un punto di passaggio.

Un varco.
Non per spiegare il mondo, ma per attraversarlo.

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