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IL Custode della Rosa di San Pietro

La sera, col suo manto di stelle luminose e basse, calava velocemente, l’ultimo rintocco correva ancora lungo la valle, un vento leggero faceva muovere lievemente l’erba alta e incolta del bosco, il campanile della pieve svettava silenzioso sulla valle di But. Giacò girò la grande chiave nella toppa, dove la ruggine regnava da anni, lo stridio della stessa fece correre lontano una talpa solitaria. L’uomo prese lo zaino, lo pose sulle spalle e iniziò a scendere verso il paese.  A pochi passi dalla chiesa si fermò presso la piccola lapide e asciugò velocemente il marmo con la mano, proseguendo poi nel suo viaggio.

Ogni anno scendeva al paese distaccandosi poi con grande dispiacere da quel luogo in cui era rimasto per ben sette mesi… Tutto ciò, da quando un giorno, era il mese di giugno  di moltissimi anni prima, trenta o quaranta non ricordava bene,  ma sì erano passati quarant’anni, da quel maledetto giorno.  Quell’anno i campi di frumento, di segala, di granoturco, che avevano seminato, con il terreno fertile e il tempo sereno promettevano un buon raccolto per l’autunno.  Tra poco, ci sarebbe stata la trebbiatura, nella valle echeggiava il battito martellante del fabbro che sull’incudine batteva il ferro rovente del falcetto e affilava con la mola la roncola.

Sull’aia Maria cantava felice. Tra pochi giorni, avrebbe sposato Giacò, tutto era pronto, anche i materassi erano stati riempiti con il nuovo frascame di granoturco, tanto che profumava ancora di sole. Giacò, trascorreva gli ultimi giorni da scapolo offrendo, la sera, il solito bicchiere di bianchetto, nel piccolo bar del paese. Quel mattino, nel silenzio del paese si udirono sul selciato le ruote del calesse, qualcuno sbirciò da dietro le imposte, era il calesse di Giacò, che tutto infiocchettato andava a prendere la sposa dalla casa della suocera.  Ben presto le aie respirarono suoni di chitarre, risate dei ragazzi, che giocavano sulle aie, le donne convinsero gli uomini ad accompagnarle alla Chiesa di San Pietro, mentre altri si fermarono alla trattoria o al bar.

Il calesse di Giacò riattraversò il paese con il tintinnio dei campanelli, e tutto innevato di bianco dal velo di Maria, che le sedeva a fianco con l’abito da sposa, acquistato a Tolmezzo. Giacò si era fatto dal nulla, il padre era morto durante la  guerra del 1915-18, su monte Croce Carnico, sua madre lo aveva partorito dopo due mesi dalla morte del marito e lo aveva chiamato Giacò, in memoria del defunto. Stella Lamonini, aveva lavorato duro per tirare avanti con due figli sulle spalle, al fiume aveva lavato tutti i panni del paese per pochi soldi e qualche piatto di minestra calda per sé e per i suoi ragazzi.

Giacò cresceva e soffriva nel vedere la madre lavare al fiume dal mattino al tramonto e non vedeva l’ora di apprendere un mestiere per sollevarla da quel lavoro per lui inumano.  Gli anni passarono presto e Gacò appena diciottenne decise di aprire una piccola officina di meccanico. Era stato a Udine a lavorare presso una ditta di trasporti ed ora poteva pensare a sua madre e a se stesso dopo la partenza del fratello in Argentina.

Comprò un ettaro di terra, poi con dello zinco ondulato costruì il primo capanno dove mettere i suoi attrezzi di  lavoro. Ben presto nei campi si videro dei trattori e delle motozappe dissodare il terreno e il lavoro di Giacò rendeva bene come pure il terreno. Decise di prendere moglie e tra le tante ragazze del paese, scelse Maria, figlia unica di mastro Mariano Farra, sindaco di Zuglio.

Mentre i ricordi si accavallavano come grani di rosario, Giacò si guardò intorno e sorrise a Maria seduta accanto a lui, splendida nel suo abito da sposa.  Il cavallo nelle salite rallentava il trotto e Gacò lo incoraggiava dicendo ”Su morello ancora un po’ di strada poi, per te ci saranno biada fresca e libertà, dopo la discesa sarà più facile.” Maria mise una mano sul braccio del giovane e sorridendo disse” Giacò, questa notte ho fatto un sogno strano… Ho sognato il mio abito da sposa macchiato di sangue.” Maria non ci pensare. E’ solo un sogno” rispose pensieroso il giovane.

Il Sagrato della chiesa a due passi, sull’erba petali di rose bianche sulla scalinata lumini accesi e tantissimi fiori, gli invitati sedevano in silenzio, all’ingresso degli sposi il padre di Maria si alzò si avvicinò alla figlia, le prese il braccio e la portò verso l’altare mentre l’organo scandiva la musica di Gounot.  Il prete benedisse il matrimonio e, durante la predica, rivolto agli sposi disse” Figlioli cercate di essere sempre uniti, di amarvi e stimarvi a vicenda, amatevi sempre, come il primo giorno”.Maria, sorrideva felice a Giacò.  Tra la folla l’uomo cercò gli occhi della madre, prese Maria sottobraccio , avviandosi verso la porta della chiesa. Sulla soglia un soldato tedesco sbarrava  il passo a tutti. Per nulla intimidito Giacò, ormai quasi sulla soglia chiese permesso.Con tono iroso” Ich sucche Oberrhaupt, Polizci” (Io cerco il Sindaco, Polizia) rispose il soldato.

“Il Sindaco del Paese sono io” rispose Mariano Farra “dite pure” il soldato tolse la pistola dalla fondina e rivolgendosi al Farra rispose ”Dieseu Heuschen mag  ich ichnt” (quest’uomo non mi va) e guardando Maria aggiunse “Ich Wunsche dir alles gute”(io auguro ogni bene).

Maria abbassò la testa  e strinse a sé il braccio di Giacò, sussurrando sotto voce a fior di labbra”Ho Paura Giacò Ho paura” “Non ti preoccupare,tra poco tutto finirà e presto saremo a casa” la rassicurò L’uomo e così dicendo, le fece coraggio con una stretta di mano più forte.  Il soldato fece passare il Sindaco e chiuse dietro l’uomo la porta della Chiesa Lasciando all’interno gli sposi e gli invitati.

Ritornata sui suoi passi Maria, si avvicinò all’altare e chiamò Padre Cornelio entrando con lui, per pochi attimi  in sacrestia mentre Giacò, dal canto suo, cercava di forzare la porta dall’interno. Dopo poco il soldato tedesco che era appoggiato alla porta, alla pressione del corpo del giovane l’aprì di scatto facendo rotolare malamente il giovane sulla scalinata mentre ridendo a crepapelle, continuava a ripetere”das tier, das tier”.

Rialzatosi Giacò, cercò di pulire con la mano destra il vestito ormai macchiato irreparabilmente e si accingeva a risalire la scalinata della Chiesa quando sulla soglia comparve Maria. Il sole illuminava i capelli bruni, il colorito roseo era sparito dal suo volto, gli occhi color pervinca erano scuri e la sua fronte aggrottata, non si addiceva a quella di una sposa. Giacò  le sorrise, nella speranza di incuterle sicurezza, mentre il soldato spostandosi di colpo salì la scalinata e, avvicinandosi alla ragazza la baciò dicendo “W Usche” (Auguri).

Fu questione di un attimo, Giacò di corsa coprì la breve  distanza, che dalla scalinata lo separava dai due, tirò per un braccio il tedesco e dopo averlo fatto rotolare sull’erba, gli si avventò sopra. Il soldato tirò fuori la pistola e sparò, Un colpo, rapido, improvviso, inaspettato  il proiettile si conficcò nel petto di Maria che, senza un grido si accasciò tra le braccia degli astanti.

Pazzo di dolore il giovane gridò il nome di Maria quasi mille volte e nella valle l’eco si moltiplicò all’infinito, poi come una valanga la folla piombo sul soldato e lo uccise a furia di calci e pugni. Poi scese un silenzio assordante nella valle. Giacò prese la sposa tra le braccia è la cullò in una ninna nanna di dolore cantando per lei le canzoni più belle.

In paese la brutta notizia si divulgo in un baleno ci fu un continuo andirivieni da zuglio a San Pietro. Lo stesso giorno Giacò, chiese a Don Cornelio, di diventare il custode della Pieve di San Pietro e da quell’anno ne erano passati quasi quaranta, vivendo sette mesi a San Pietro e gli altri a Zuglio.  Mentre ricordava tutto questo, calde lacrime scendevano lungo le guance raggrinzite di Giacò, fermandosi sul suo mento ossuto. Il ricordo era sempre vivo nel suo cuore.

Anna Sciacovelli

Redazione You Donna

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