Cerco di darne una definizione iniziale:
l’haiku è un breve componimento poetico tipicamente giapponese. Una delle sue caratteristiche è l’essenzialità, la sintesi.
Premesso che vi sono diverse teorie a riguardo della sua strutturazione, noi ci occupiamo di haiku di due versi e una cesura (kire)
Provo a rappresentarlo con questo paragone:
Guardiamo una goccia d’acqua nel suo cadere, nella prima parte si osserva la sua discesa aerea/ nella seconda, con la caduta, il suo cambiamento di stato. Sono sostanzialmente lo stesso elemento, ma in due stadi diversi, seppure simili, separati da un attimo fondamentale che è l’impatto, il quale può rappresentare il kire, la cesura.
È come se vi fossero due proposizioni unite da due congiunzioni contemporaneamente: e/o, la copulativa e la disgiuntiva, due elementi a sé stanti, ciascuno denso di parole concrete e non concetti astratti, in connessione anche remota e non evidente, il tutto in armonia.
Diciamo che qui confluiscono matematica, musica, poesia, perché abbiamo schemi e quantità numerica di sillabe, nonché pausa e durata, elementi che, chi fa musica, bene conosce.
Qui c’è storia e tradizione del Giappone, ma anche volontà di apertura e diffusione al mondo occidentale, c’è sintesi, sensibilità, perfezionismo: caratteristiche di un popolo! Un prezioso uovo, compatto esternamente, ricco di elementi diversi al suo interno, capace di generare altro che ha origine da sé, ma si sviluppa e se ne differenzia.
Da sottolineare poi, ancora, il valore in psicologia clinica dell’HAIKU:
poichè la sua composizione e struttura favorisce la libera associazione, è utile a lasciar affiorare quegli scogli dell’inconscio che creano problemi, tramite un processo che è soggetto comunque a disciplina ( ad esempio training autogeno) per favorire l’autenticità profonda dell’associazione, senza influenze degli schemi mentali etici e comportamentali (giudicanti!) che tutti noi abbiamo.
Concetta antonelli








