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Home You Donna Cultura e Spettacolo

L’albero Spezzato

Redazione You Donna Da Redazione You Donna
7 Dicembre 2018
In Cultura e Spettacolo, You Donna
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Marco, aveva camminato per circa tre ore per recarsi fuori terra in campagna, doveva già rimediare spaccare legna da ardere per l’inverno.  Le giornate autunnali erano corte e buie e subito dopo il tramonto era obbligatorio tornare a casa, le strade buie e i tedeschi in armi, alle porte della città, toglieva, la serenità a chicchessia. Tirò fuori dal taschino un vecchio orologio per guardare l’ora, ma il buio non gli dava la possibilità di leggere il quadrante.

Marco quel pomeriggio, non era riuscito a sentire all’ora del vespro, la campana della chiesa matrice, e si meravigliava di questo, il sacrestano non avena suonato il vespro, forse il parroco si era appisolato.

Si mise in marcia verso la città, che distava solo due kilometri dal paese, le sue gambe non riuscivano a percorrere quel tratto di strada, mentre la sera allungava la sua ombra sulla vecchia collina, nello stesso tempo una scura coltre di nuvole colme di pioggia, copriva interamente il vecchio paese. Fece una riflessione strana, anche il campanile della chiesa era spento, forse l’anziano parroco Don Paolo, stanco per il continuo lavoro aveva scordato o per cose diverse, dimenticato di accendere le luci, nulla faceva presagire quello che avrebbe trovato nella sacrestia della Parrocchia. La piazza deserta, dava segnali strani, a quell’ora di solito, i compaesani si riunivano per le trattative del giorno dopo tra i braccianti agricoli, solitamente la piazzetta era comunemente gremita di uomini e qualche donna, solo nei giorni di pioggia le trattative si tenevano nel locale del comitato dei contadini.  La raccolta delle olive da salare, era ancora in atto e non poteva essere interrotta o ancora protratta, per via del freddo che a giorni si sarebbe fatto sentire molto di più.

Il silenzio in paese, era tombale sul sagrato della chiesa, due camionette della Polizia Tedesca, occupava l’ingresso, il giovane fece una breve corsa verso la cattedrale, aprì la porta e all’interno vide alcuni militari che imbracciavano il fucile,  pronti a sparare. Sull’Altare sia don Paolo, che Alfonso il sacrista, spaventati pregavano sottovoce, mentre le donne piangevano, forse pensando ai propri figli, un Kapò reggeva un fucile pronto a sparare in caso di bisogno. Marco si avvicinò al militare, che sembrava il capo per chiedere come mai questa reazione da parte delle truppe di stanza in paese, il militare rispose che erano stati attaccati da un gruppo di soldati senza divisa e con giacche e cappelli senza gradi esposti, quindi senza riconoscimento alcuno. Riconoscimenti questi, che dovevano essere posti in evidenza obbligatoriamente, come volevano le autorità del paese “tenere in evidenza per il riconoscimento”.

A quelle parole Marco volle sapere di più, andò in sacrestia da Don Paolo chiedendo delle spiegazioni, ma il parroco, che non sapeva nulla, non poteva rispondere alle richieste dei soldati, ripeteva continuamente scuotendo la testa: “Io non so nulla” tremava per la paura e per il timore di quello che poteva succedere sia a tutti i fedeli presenti che a se stesso. Il parlottare dei tedeschi era iroso, parlavano tra di loro sottovoce, per non far capire a nessuno quello che dicevano. Marco volle sapere da un soldato cosa fosse successo e il militare rispose, che un gruppo non distinto, aveva assalito quattro militari in servizio di ronda sul Gip militare ferma al bivio  facendola saltare in aria con una carica di dinamite, in più aveva sparato per rappresaglia diverse raffiche di mitraglia. Poi il silenzio. Dopo quasi due ore, al cambio della guardia i militari si erano resi conto del massacro, ora volevano sapere dalla popolazione del Paese chi era a capo o il comandante del gruppo che aveva fatto eseguire  quell’eccidio o chi erano i mandanti.  La popolazione, ignara di tutto quello che era avvenuto, non poteva dire nulla, perché non sapeva nulla. Il comando voleva a tutti i costi, un  capro espiatorio e fucilare in piazza i colpevoli, per dare un esempio a tutti i paesani, le voci erano arrivate in quasi tutte le case del paese, gli abitanti per timore di rappresaglie,  avevano chiuso le porte per paura diretta o indiretta di reazione da parte dei tedeschi, dal parroco volevano sapere chi era il capo di quel gruppo, che aveva organizzato quell’ aggressione, ma don Marco non sapeva nulla e non riusciva  a dire nulla, perché  non conosceva gli autori di quello  efferato eccidio, quindi non  riusciva a rispondere alle loro continue domande, il suo, non era un silenzio per coprire, né i mandanti e nemmeno i committenti, ma semplicemente perché non sapeva nulla dell’eccidio avvenuto al quadrivio del paese. Il capo del gruppo impugnò la pistola dalla fondina e lo avvicinò alla tempia di Don Paolo il parroco chiuse gli occhi e rimase impassibile in attesa del colpo. Lo sparo attirò tutti gli astanti nella sacrestia, con lo sguardo rivolto a Don Paolo, che esangue slavato, era in piedi vicino al Kapò, che aveva sparato, il giovane tenente aveva mirato a un ramo, che sporgeva fuori dalla finestra e faceva ombra al sole,  e sorridendo disse: “Mi oscurava il sole” e sollecitando il gruppo, indicò la porta dicendo è ora di  raggiungere gli altri.

Il vento porto via anche l’ultimo filo di polvere da sparo, mentre la camionetta si metteva in moto verso il bosco. Un coro, il sospiro di sollievo da parte di tutti.

Anna Sciacovelli

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